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1868: Giuseppe Monti and Gaetano Tognetti, by the Papal guillotine

November 24th, 2012 Headsman

On this date in 1868, Italian revolutionaries Giuseppe Monti and Gaetano Tognetti were guillotined in Rome.

Theirs was a passion of the Risorgimento, the 19th century drive to unify as a single nation the peninsula’s quiltwork of minor kingdoms, duchies, and city-states.

Following the Third Italian War of Independence, this had largely been accomplished … with the notable exception of the Papal States surrounding Rome. You can hardly have Italy without the Eternal City.

So national liberator Giuseppe Garibaldi gathered a force under the slogan Roma o morte and prepared to march … while Pope Pius IX began receiving reinforcements from the sympathetic French emperor Napoleon III.

Inside Rome, Monti and Tognetti prepared a little morte of their own. Intending to mount a fifth-column uprising to coincide with the arrival of Garibaldi’s army, the two detonated a couple barrels of gunpowder under the Serristori barracks, killing 23 French zouaves and four Roman civilians. (All links in this paragraph are Italian.)


Kablamo.

Unfortunately for the bombers, no general rising ensued, and the Papal and French armies subsequently repulsed Garibaldi at the Battle of Mentana on Nov. 3, 1867 — extending the papal enclave’s lease on life only slightly, but just enough to deal with Monti and Tognetti.

Their fate at the hands of the civil and religious authorities (one and the same, at this time), is dramatized in the 1977 Italian film In Nome Del Pap Re. (This Google books freebie purports to relate their final days.)

The triumph, such as it was, was short-lived for the Papal States: these were the very last executions by guillotine in Rome; the Papal States polity as a whole had time for only two more executions in its history before the Italian nationalist army completed the risorgimento by capturing Rome in 1870.

The two are memorialized in a celebratory ode by Giosue Carducci.

PER GIUSEPPE MONTI E GAETANO TOGNETTI
MARTIRI DEL DIRITTO ITALIANO

I
Torpido fra la nebbia ed increscioso
Esce su Roma il giorno:
Fiochi i suon de la vita, un pauroso
Silenzio è d’ogn’intorno.

Novembre sta del Vatican su gli orti
Come di piombo un velo:
Senza canti gli augei da’ tronchi morti
Fuggon pe ‘l morto cielo.

Fioccano d’un cader lento le fronde
Gialle, cineree, bianche;
E sotto il fioccar tristo che le asconde
Paion di vita stanche

Fin quelle, che d’etadi e genti sparte
Mirar tanta ruina
In calma gioventù, forme de l’arte
Argolica e latina.

Il gran prete quel dì svegliossi allegro,
Guardò pe’ vaticani
Vetri dorati il cielo umido e negro,
E si fregò le mani.

Natura par che di deforme orrore
Tremi innanzi a la morte:
Ei sente de le piume anco il tepore
E dice – Ecco, io son forte.

Antecessor mio santo, anni parecchi
Corser da la tua gesta:
A te, Piero, bastarono gli orecchi;
Io taglierò la testa.

A questa volta son con noi le squadre,
Né Gesù ci scompiglia:
Egli è in collegio al Sacro Cuore, e il padre
Curci lo tiene in briglia.

Un forte vecchio io son; l’ardor de i belli
Anni in cuor mi ritrovo:
La scure che aprì ‘l cielo al Locatelli
Arrotatela a novo.

Sottil, lucida, acuta, in alto splenda
Ella come un’idea:
Bello il patibol sia: l’oro si spenda
Che mandò Il Menabrea.

I francesi, posato il Maometto
Del Voltèr da l’un canto,
Diano una man, per compiere il gibetto,
Al tribunal mio santo.

Si esponga il sacramento a San Niccola
Con le indulgenze usate,
Ed in faccia a l’Italia mia figliuola
Due teste insanguinate. –

II
E pur tu sei canuto: e pur la vita
Ti rifugge dal corpo inerte al cuor,
E dal cuore al cervel, come smarrita
Nube per l’alpi solvesi in vapor.

Deh, perdona a la vita! A l’un vent’anni
Schiudon, superbi araldi, l’avvenir;
E in sen, del carcer tuo pur tra gli affanni.
La speme gli fiorisce et il desir.

Crescean tre fanciulletti a l’altro intorno,
Come novelli del castagno al piè;
Or giaccion tristi, e nel morente giorno
La madre lor pensa tremando a te.

Oh, allor che del Giordano a i freschi rivi
Traea le turbe una gentil virtù
E ascese a le città liete d’ulivi
Giovin messia del popolo Gesù,

Non tremavan le madri; e Naim in festa
Vide la morte a un suo cenno fuggir
E la piangente vedovella onesta
Tra il figlio e Cristo i baci suoi partir.

Sorridean da i cilestri occhi profondi
I pargoletti al bel profeta umìl;
Ei lacrimando entro i lor ricci biondi
La mano ravvolgea pura e sottil.

Ma tu co ‘l pugno di peccati onusto
Calchi a terra quei capi, empio signor,
E sotto al sangue del paterno busto
De le tenere vite affoghi il fior.

Tu su gli occhi de i miseri parenti
(E son tremuli vegli al par di te)
Scavi le fosse a i figli ancor viventi,
Chierico sanguinoso e imbelle re.

Deh, prete, non sia ver che dal tuo nero
Antro niun salvo a l’aure pure uscì;
Polifemo cristian, deh non sia vero
Che tu nudri la morte in trenta dì.

Stringili al petto, grida – Io del ciel messo
Sono a portar la pace, a benedir –
E sentirai dal giovanile amplesso
Nuovo sangue a le tue vene fluir…

In sua mente crudel (volgonsi inani
Le lacrime ed i prieghi) egli si sta:
Come un fallo gittò gli affetti umani
Ei solitario ne l’antica età.

III
Meglio così! Sangue dei morti, affretta
I rivi tuoi vermigli
E i fati; al ciel vapora, e di vendetta
Inebria i nostri figli.

Essi, nati a l’amore, a cui l’aurora
De l’avvenir sorride
Ne le limpide fronti, odiino ancora,
Come chi molto vide.

Mirate, udite, o avversi continenti.
O monti al ciel ribelli,
Isole e voi ne l’oceàn fiorenti
Di boschi e di vascelli;

E tu che inciampi, faticosa ancella,
Europa, in su la via;
E tu che segui pe’ i gran mar la stella
Che al Penn si discovria;

E voi che sotto i furiosi raggi
Serpenti e re nutrite,
Africa ed Asia, immani, e voi selvaggi,
Voi, pelli colorite;

E tu, sole divino: ecco l’onesto
Veglio, rosso le mani
Di sangue e ‘l viso di salute: è questo
L’angel de gli Sciuani.

Ei, prima che il fatale esecutore
Lo spazzo abbia lavato,
Esce raggiante a delibar l’orrore
Del popolo indignato.

Ei, di demenza orribile percosso,
Com’ebbro il capo scuote,
E vorria pur vedere un po’ di rosso
Ne l’òr de le sue ruote.

Veglio! son pompe di ferocie vane
In che il tuo cor si esala,
E in van t’afforza a troncar teste umane
Quei che salvò i La Gala.

Due tu spegnesti; e a la chiamata pronti
Son mille, ancor più mille.
I nostri padiglion splendon su i monti,
Ne’ piani e per le ville,

Dovunque s’apre un’alta vita umana
A la luce a l’amore:
Noi siam la sacra legion tebana,
Veglio, che mai non muore.

Sparsa è la via di tombe, ma com’ara
Ogni tomba si mostra:
La memoria de i morti arde e rischiara
La grande opera nostra.

Savi, guerrier, poeti ed operai,
Tutti ci diam la mano:
Duro lavor ne gli anni, e lieve omai
Minammo il Vaticano.

Splende la face, e il sangue pio l’avviva;
Splende siccome un sole:
Sospiri il vento, e su l’antica riva
Cadrà l’orrenda mole.

E tra i ruderi in fior la tiberina
Vergin di nere chiome
Al peregrin dirà: Son la ruina
D’un’onta senza nome.

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